Angolo critico-letterario: After Dark di Haruki Murakami
08 feb 2010 2 commenti
in cultura, giappone, letteratura, letteratura giapponese Etichette: After Dark, analisi critica, angolo, アフターダーク, critico, giappone, Haruki Murakami, La fine del mondo e il Paese delle Meraviglie, letterario, letteratura, letteratura giapponese, Norwegian Wood, recensione
Era da un po’ che volevo scrivere qualcosa a proposito di questo romanzo di Haruki Murakami ma, ogni volta che tentavo di farlo, c’erano pile infinite di libri ad attendermi e a ricordarmi che ho gli esami da fare T_T (sigh!) Triste vita universitaria…
Haruki Murakami è uno dei più famosi autori giapponesi e mi sono avvicinata alla lettura dei suoi romanzi poiché sapevo che uno dei suoi traduttori ufficiali è Amitrano-sensei.
Dopo aver letto ed amato Norwegian Wood , ho deciso di cimentarmi anche nella lettura di altre sue opere e, tra i tanti titoli che mi si erano presentato davanti agli occhi, il mio istinto ha deciso di optare per After Dark (ringrazio di cuore il mio adorato ragazzo per avermi regalato entrambi).
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After Dark |
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| Titolo originale | アフターダーク |
| Autore | Haruki Murakami |
| 1ª ed. originale | 2004 |
| Genere | Romanzo |
| Lingua originale | Giapponese |
After Dark è un romanzo di Haruki Murakami pubblicato in Giappone nel 2004.
Tradotto da Antonietta Pastore, è stato poi pubblicato in Italia nel 2008 presso Einaudi editore.
“ Librandosi al di sopra della generale tristezza, Murakami riesce a captare le fosforescenze, in ogni luogo e in particolare nell’aura che avvolge le persone: di notte e nella comunanza degli esseri umani, essa raggiunge l’apice della luminosità”
(The New York Times Book Review)
Trama (riportata sul retro della copertina)
Tokyo, un quartiere che inizia a vivere quando cala il buio, strade dove le insegne di bar e night club restano accese fino all’alba. Dalla mezzanotte alle sette del mattino, alcune persone sono casualmente coinvolte in una squallida vicenda di violenza. All’Alphaville, un love hotel gestito da Kaoru, un’ex campionessa di lotta libera, una giovane prostituta cinese viene picchiata da un cliente che poi fugge. In una caffetteria poco distante, Mari, una diciannovenne studentessa di cinese in cerca di solitudine, sta leggendo un libro; Takahashi, un giovane musicista jazz disinvolto e chiacchierone, vorrebbe attaccare discorso ma si scontra con la sua reticenza. Tuttavia, quando Kaoru cerca qualcuno che faccia da interprete alla prostituta ferita, Takahashi, che con il suo gruppo sta provando in uno scantinato vicino all’albergo, le suggerisce di rivolgersi alla giovane. Mari viene così a contatto con un ambiente a lei estraneo, ma paradossalmente riesce a comunicare con le persone che vi incontra in modo spontaneo e profondo: per la prima volta vince la riluttanza a parlare di Eri, la sorella maggiore, caduta in un letargo volontario dal quale non sembra volersi svegliare. L’immagine della bellissima ragazza che sta per essere inghiottita nel nulla attraverso lo schermo di un televisore apre un pericoloso spazio onirico nel quale rischia in ogni momento di scivolare la realtà. In bilico tra luce e tenebre – la soglia dove Murakami posiziona l’essere umano, sempre sul punto di essere fagocitato da qualche oscura forza malevola -, Mari parte dal difficile rapporto con la sorella per ritrovare un’affettività rimossa. E intanto scopre in Takahashi, ragazzo solido e sensibile, un valido interlocutore. Tra i due giovani nasce l’abbozzo di un sentimento delicato che nella torbida atmosfera di quelle ore ha una rincuorante freschezza.
N.B. La seguente non vuole essere una recensione, bensì una breve analisi critica dell’opera e che quindi presupporrebbe una precedente lettura.
Analisi critica
L’intera vicenda si svolge nell’arco di una sola notte e, più precisamente, in un arco di tempo compreso tra la mezzanotte e le sette del mattino. Un tempo decisamente determinato e finito se paragonato, invece, all’atmosfera vaga e misteriosa che domina l’intero romanzo e che si mantiene in un precario equilibrio tra reale e irreale, e contro la quale questo si scontra rigorosamente.
Come ben si sa, la maggior parte dei romanzi di Murakami sono caratterizzati da questo confine tra spazio reale e spazio onirico/sovrannaturale – mondo di qua (こっちの世界 – kotchi no sekai) e mondo di là (あっちの世界- atchi no sekai) – tanto sottile quanto pressoché inesistente.
In opere come La fine del mondo e il Paese delle Meraviglie tale elemento costituisce la colonna portante e ha segnato la produzione letteraria iniziale dell’autore per poi trovare una decisiva cesura con Norwegian Wood, etichettato invece come romanzo realistico, dove ampio spazio è lasciato ad un’introspezione sentimentale ma non così ampia da sprofondare in una semplice love story.
In After Dark, la componente realistica è preponderante ma non unica, accanto ad essa si può riscontrare quella tendenza al sovrannaturale di cui lo scrittore sembra non poter fare a meno:
“Proviamo a formulare un’ipotesi: forse il letto vero è quello dall’altra parte, è stato trasportato di là con tutta Eri mentre era lontano dal nostro sguardo. Qui ne è stato semplicemente messo un altro al suo posto. Probabilmente soltanto un simbolo per riempire lo spazio vuoto che era rimasto. Nel letto di quell’altra dimensione, Eri continua a dormire profondamente, proprio come quando era in questa stanza. […]”
Anche la musica sembra essere molto cara a Murakami e lo stesso titolo dell’opera, infatti, è stato tratto da un pezzo jazz, Five Spot After Dark, proprio come Norwegian Wood riprendeva invece il famoso brano dei Beatles. Titoli di canzoni appaiono spesso citati qua e là tra un evento e l’altro e, inizialmente, nei primi romanzi dell’autore, erano atti a testimoniare una fusione col mondo occidentale e a sottolineare una modernità recente propria delle nuove generazioni. Qui, invece, i vari titoli di canzoni che appaiono fugaci per fare da sfondo ad alcuni frangenti, passano inosservati o, meglio, inascoltati. Sembra quasi che la loro breve apparizione costituisca una sorta di rivendicazione, quasi a voler sottolineare quante volte la musica faccia da sfondo ad alcuni momenti della nostra giornata senza però essere notata:
“ La musica è Go Away Little Girl, di Percy Faith e la sua orchestra. Ovviamente nessuno l’ascolta […]”
Per quanto riguarda gli aspetti tecnici, la narrazione non viene condotta da un narratore onnisciente, bensì da un narratore eterodiegetico, ovvero esterno alla storia e quindi non identificabile in alcuno dei personaggi, con una focalizzazione esterna data dallo sguardo di una telecamera nascosta che denota una funzione puramente spettatoriale e che porta in luce solo quanto accade ai suoi sensi:
“Diventati un punto di osservazione, noi la guardiamo. O forse sarebbe più giusto dire che la spiamo. Siamo una telecamera sospesa nell’aria, in grado di spostarsi liberamente dentro la stanza. Una telecamera che in questo momento è proprio al di sopra del letto e riprende il viso addormentato di lei […] Dal nostro punto di vista di telecamera immaginaria, ci soffermiamo su ogni oggetto che si trova nella stanza e lo filmiamo a lungo, diligentemente. Siamo degli osservatori anonimi e invisibili. Osserviamo. Tendiamo le orecchie. Fiutiamo gi odori. Ma non siamo concretamente presenti in quel posto, e non lasciamo tracce. Per così dire, obbediamo alle stesse regole di correttezza di un viaggiatore nel tempo. Guardiamo, ma non interveniamo. A essere sinceri però, le informazioni su Asai Eri che possiamo trarre dall’aspetto generale della stanza sono davvero scarse. […] ”
I personaggi vengono quindi presentati solo attraverso tali parametri visivi, in modo del tutto distaccato e impersonale e senza alcun tipo di informazione aggiuntiva o dettagliata che può, però, essere reperita durante lo sviluppo della storia attraverso i dialoghi dei personaggi o i luoghi in cui vengono mostrati. Talvolta però, in assenza di dialoghi diretti, i luoghi non sono sufficienti a descrivere una persona, proprio come accade nel caso di Eri, la figura più controversa dell’intero romanzo, la cui immagine può essere delineata solo ed esclusivamente in base ai tratti che emergono dai discorsi di Mari e Takahashi.
Questo tipo di presentazione, che non permette di conoscere a fondo i personaggi proposti ma, al contrario, ne mostra solo una parte, sfocia in una sorta di astrattismo che contribuisce così a creare un effetto suspense.
Poco si sa dell’uomo che ha aggredito la prostituta cinese ed è poi fuggito via nel suo ufficio rimettendosi a lavorare come se nulla fosse accaduto. E altrettanto poco si sa del boss che si è messo sulle sue tracce per vendicarsi del torto subito, né si sa se riuscirà nell’intento. Tutto rimane sospeso.
Anche le vicende, così come la presentazione dei personaggi, sono sottoposte all’occhio vigile della telecamera che opera anche delle scelte registiche che volgono a chiudere e ad aprire scene in modo combinato o anche simultaneo e spesso decisivo ad aumentare l’attesa.
Più volte le scene vengono interrotte in un momento apparentemente finito per riprenderne altre che verranno poi interrotte allo stesso modo: la stessa scena finale sembra essere aperta ad un nuovo capitolo.
“ … Quell’avvisaglia, noi intendiamo seguirla attentamente, di nascosto, mentre prende corpo nella luce nuova del mattino impiegando tutto il tempo necessario, senza lasciarsi distogliere da altri propositi. La notte finalmente è terminata. Prima che le tenebre tornino a visitarci, c’è ancora tempo.”
I luoghi descritti sono tutti luoghi che non appartengono a ciò che di più caratteristico e tradizionale si possa trovare in Giappone e da cui gli occidentali sono attratti, bensì si tratta di luoghi comuni appartenenti ad una grande metropoli moderna quale Tokyo con i suoi grattacieli, le sue strade trafficate, le sue insegne luminose e i suoi locali dove gruppi di giovani sono soliti animare le proprie notti. È uno scorcio del Giappone moderno quello che Murakami ci mostra nelle prime pagine del libro:
“Un mare di luci al neon di mille color. È un quartiere ad alta concentrazione di bar, ristoranti, night club. I giganteschi schermi digitali installati sulla facciata dei palazzi si spengono sul fare della notte, ma gli altoparlanti davanti ai locali continuano a emettere a tutto volume musica hip-hop dai bassi enfatizzati. Un vasto game center gremito di giovani. Assordanti suoni elettronici. Un gruppo di studenti di ritorno da una cena di classe. Delle teenager dai capelli tinti di biondo, minigonne che mettono in mostra robuste gambe nude. Impiegati in giacca e cravatta che si affrettano ad attraversare un incrocio affollato per non perdere l’ultimo treno. Nonostante l’ora tarda, davanti al karaoke gli strilloni esortano i passanti a entrare con invariato entusiasmo. Una vistosa monovolume nera percorre lentamente le strade come se volesse valutarne l’atmosfera. […]”
After Dark è essenzialmente una storia che evoca un’inquietante senso di solitudine nonostante si possa essere immersi in una realtà così varia come quella offerta dalle grandi metropoli.
Eppure un senso di vuoto sembra percorrere la vita della giovane Mari che preferisce sedersi tutta sola al tavolo di un bar in compagnia di un libro senza fare minimamente caso a ciò che le accade intorno e senza mostrarsi per nulla propensa alla conoscenza di Takahashi. Agli occhi della ragazza, il ragazzo non sembra suscitare la minima attrazione e sembra quasi infastidita dal suo essere insistente.
Sarà proprio lui, invece, ad allontanarla da quel torpore e a metterla in contatto con realtà distinte dalla sua e che le offriranno poi un motivo per riflettere.
Verrà infatti alla luce il suo difficile rapporto con la sorella, una specie di estranea che vive nella sua stessa casa di cui non sa niente e con cui non ha nulla in comune. Attraverso i discorsi con Takahashi avrà modo di soffermarsi a pensare un po’ di più e ricordare piccoli particolari che pensava persi nel passato e ora riproposti alla sua mente.
Tutto ciò offre uno spunto per poter porre l’accento sul problema dell’incomunicabilità molto spesso caratteristico delle persone che dovrebbero essere in teoria più vicine e, soprattutto, proprio di una società moderna dove le nuove tecnologie di certo non aiutano a costruirsi rapporti reali e che sono luogo di rifugio prediletto da coloro che non riescono o non provano neanche ad integrarsi nella società.
Alyssa-chan



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